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La rivoluzione del «prete-clown» PDF Stampa E-mail
giovedì 13 settembre 2012
«Sei un pagliaccio!». Chi lo dicesse a don Luciano Cantini è sicuro di non offenderlo, anzi di essere ricambiato da un bel sorriso: lui infatti, prete livornese di 64 anni, pagliaccio lo è davvero, anzi clown da circo, e per diventarlo ha dovuto affrontare una lunga avventura di vita e d’apostolato. Don Cantini è infatti uno dei rarissimi preti-clown italiani e lo racconta nel libro appena uscito Pompelmo, il circo e don Luciano (Edb, pp. 192, euro 16,90), dal quale in pagina anticipiamo anche la prefazione di Alessandro Serena, storico dello spettacolo circense. Pompelmo è il suo nome d’arte, trovatogli per caso – o forse per... rotondità – dal collega professionista che per primo lo spinse sulla segatura della pista circense, all’inizio degli anni Ottanta. In realtà don Cantini – vocazione adulta, già perito chimico di ottime promesse, ora da quasi un anno cappellano del porto di Livorno – lo chapiteau lo frequentava già da un po’, grazie all’amicizia con il confratello lucchese don Franco Baroni (un vero precursore della pastorale del circo in Italia) e lo sognava da ben prima, praticamente dall’infanzia: il circo lo ha rincorso fin da bambino, sostiene infatti spesso.


L’incontro definitivo però avvenne nel 1981 a Rosignano Solvay, dove il giovane prete si trovava come viceparroco. Da allora don Pompelmo («Era più facile sentirmi chiamare così che con il mio nome», scrive) non ha più smesso di girare la Penisola dietro alle roulotte delle famiglie circensi, soprattutto d’estate. E – un po’ per introdursi nell’ambiente vincendo la timidezza, un po’ per fare almeno l’«ospite pagante» – ha cominciato a lavorare sulla pista come clown. Il suo numero più celebre è quello degli ombrellini: «In parrocchia erano rimasti diversi ombrelli dimenticati e così ho inventato lo sketch: ne nascosi 12 di dimensioni e fogge diverse nelle tasche, nelle maniche della giacca, nelle gambe dei pantaloni, nella schiena... Ogni volta che aprivo un ombrello e mi veniva portato via ne spuntava un altro fino a uno piccolissimo. Devo dire la verità, fui abbastanza apprezzato; mi dicevano che avevo il tempo comico naturale».

Una volta Pompelmo si è esibito anche davanti ai seminaristi della diocesi e al vescovo stesso, il quale – anziché mostrare perplessità – lo ha incoraggiato a proseguire. Non per niente, in uno dei primi incontri con la gente del tendone, a don Luciano era rimasta impressa una frase amara: «Voi preti avete dimenticato il circo, non potete immaginare quanto abbiamo bisogno della vostra presenza e della vostra parola». Così nel 1985, alla morte di don Baroni, l’amico si sentì in qualche modo chiamato a raccoglierne l’eredità. D’altronde Pompelmo è un tipo che non disdegna né l’arte (sul suo sito internet si scopre che ha disegnato vetrate ed arredi di chiese), né i movimenti (ha pratica di cappellano marittimo) e neppure le esperienze di carità vissuta (è vicepresidente di una cooperativa per disabili e ha tenuto per anni alcuni immigrati ospiti in casa sua): tutte caratteristiche utilissime per esercitare il ministero tra il popolo delle carovane.

Così è continuato «l’addomesticamento», come lo chiama lui, all’ambiente del circo: «Nei periodi in cui mi mettevo in viaggio – racconta –  la prima cosa che facevo, arrivato in una piazza nuova, era cercare la parrocchia vicina. Non accadeva mai il contrario, che qualcuno della comunità parrocchiale si facesse vicino a queste comunità di passaggio, con una visita, anche solo di cortesia. A volte passano anni senza che la gente del viaggio abbia un contatto autentico con la Chiesa. All’inizio non mi presentavo ai confratelli come prete, ma come uno del circo, anche per verificare il tipo di risposta che ricevevo: il più delle volte sperimentavo il senso dell’imbarazzo e del disagio dell’interlocutore, quasi avesse di fronte un marziano. Quando poi spiegavo di essere prete le cose cambiavano scivolando nella curiosità: cosa ci fa un prete nel circo? Esaurite le curiosità finiva anche l’interessamento, e qualche volta sono stato invitato a celebrare una messa domenicale, ma non sono mai andato oltre a un brevissimo accenno alla mia esperienza. Ho sempre invitato il parroco a partecipare allo spettacolo, ma quasi mai è venuto».

«Cestil stanzia il pisto!»: con questa espressione gergale i circensi avvisano i colleghi che sta arrivando un prete. Ma il «pisto» Pompelmo si è introdotto tanto bene che con qualche famiglia il rapporto è divenuto d’amicizia davvero profonda; lui celebra matrimoni e battesimi o funerali ed è arrivato ad accettare che una cinquantina di «viaggianti» fissasse la residenza anagrafica nella sua canonica, ricevendo in cambio forti lezioni di vita evangelica: «L’evangelizzazione non è mai a senso unico. La religiosità della gente del viaggio è quella delle persone semplici, che si accontentano delle briciole cadute dalla tavola. Un segno di croce prima di entrare in pista, una candela accesa nella chiesa trovata aperta andando a fare la spesa, le immaginette attaccate in ogni dove in carovana. Ma vi sono valori, significati della vita, aspettative, relazioni nella gente del viaggio che raccontano, a chi si è messo al loro ascolto, quanto Dio sia presente in questo mondo, quanta strada il Signore Gesù, pellegrino nascosto agli occhi, ha percorso con loro».

Religione e tendone non sono dunque incompatibili, anzi; e con questa decisa convinzione il sacerdote toscano ha proposto per due volte una «meditazione mimata» nelle vesti del clown Pompelmo alla celebrazione ecumenica che si tiene durante l’annuale Festival del Circo di Montecarlo. Per anni don Luciano ha poi collaborato con la Fondazione Migrantes, l’organismo Cei per la pastorale di chi – per qualunque motivo – viaggia; ne ha curato il bollettino, ha prodotto un catechismo apposito per i bambini del circo e del luna park; infine dal 2006 al 2011 è stato direttore dell’Ufficio nazionale per la pastorale dei fieranti e circensi.
«Tutto appartiene a Dio, anche questo piccolo spazio ritagliato dalla terra, questo piccolo cerchio, la pista che ne stabilisce i limiti, la segatura che lo rende soffice...

Tutto è suo», recita una poesia-preghiera composta da don Cantini, il quale l’ha poi inserita in un libretto composto proprio per la gente delle carovane. Il prete-clown ha creato anche un’immagine della Vergine dei circensi, sotto il cui mantello stanno da una parte un tendone e dall’altra un luna park. Ma non solo: Pompelmo sotto il trapezio vede addirittura una sorta di teologia pratica: «C’è – scrive – nella vita dei fieranti e circensi una sorta di profezia, di segnale agli altri esseri umani: tutti siamo chiamati a piantare e spiantare, nessuno è definitivo, la terra che ci accoglie non è nostra esclusiva proprietà, l’unica cosa necessaria per vivere è saperci accogliere... Finiremo mai di imparare da gente così? Finché li lasciamo andare solitari porteranno con sé questa filosofia della vita chiusa in quel popolo, ma se ci mettiamo al loro passo in rispettoso ascolto, se ci rendiamo loro compagni di strada, forse possiamo diventare tutti quanti più ricchi della loro ricchezza. Per una Chiesa che dovrebbe avere radici nomadi che nei secoli ha perduto, dovrebbe essere un imperativo, anche per ricomprendere se stessa».
Roberto Beretta
da l'Avvenire
 
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